STAIMUSIC JOURNAL

Il delicato equilibrio delle canzoni italiane

Il delicato equilibrio delle canzoni italiane

Nel 1963 Gino Paoli, autore di Sapole di Sale, il Cielo in Una Stanza, Senza Fine cerca di togliersi la vita sparandosi al cuore. La mira non è delle migliori, Gino Paoli si salva e come punizione si terrà sempre la pallottola incastrata nel suo pericardio. Questa è una piccola metafora della canzone italiana. Una bellissima composizione che cerca sempre il suo lato peggiore, vuole farla finita con sé stesso e non ci riesce. Questa particolare situazione di equilibrio fra la gloria e la decadenza da argomento e storia alla creatività che è oggettivamente contenuta nella musica italiana. La cultura e la storia della gente è piena di riflessi e di echi cresciuti e prodotti dentro la culla della canzone italiana, il Festival di Sanremo, ne contiene e ne sviluppa riverberi classici e, in contrapposizione, correnti moderne. È proprio questa caratteristica di commercialità della musica italiana, forse per l’amore della gente per le melodie e per la sua voglia di cantare, che determinano una costante qualità nei prodotti, iniziando da Domenico Modugno, Iva Zanicchi, Renato Carosone, Iva Zanicchi e Adriano Celentano. Amore e tristezza sono i temi principali dei motivi dei grandi cantautori, sono le emozioni che fare grandi cose, ma anche grandi gesti tragici, come quello di Luigi Tenco nel 1967. Le voci, soprattutto quelle femminili di Mina, Mia Martina, Rita Pavone, sono quelle di rivendicazioni sociali e politiche all’interno della società italiana, costantemente afflitta da problemi e forti quesiti. Le fluenti melodie sono una parte essenziale delle canzoni, basta pensare a quelle di Lucio Battisti che attirarono l’attenzione anche del maestro David Bowie. Ma la parte più interessante sono la forza e la profondità dei testi che le accompagnano, Fabrizio de André, Rino Gaetano, Francesco de Gregori. Questa è la bellezza, la ricchezza, la noia e il declino del nostro patrimonio musicale che noi come nobili decaduti critichiamo e non apprezziamo, o ubriachi d’amore o di vino, cantiamo a squarcia gola.