STAIMUSIC JOURNAL

Paperelle di cera

Paperelle di cera

Il mio senso del feticcio mi ha sempre attratto a musei della cera. Non ci sono mai entrato, tuttavia. Non ne vedo lo scopo. Vai a un museo a vedere roba vecchia di mille anni, entri in una pinacoteca e ammiri capolavori di pittori autolesionisti, vai al cinema e passi il film a mangiare schifezze e a fare roba con la tua donna. Ma il museo delle cere no. Riproduzioni a scala naturale di personaggi patinati e satinati all’origine, sculture che a loro somigliano anche per quel lucido alone che li avvolge, quasi vivessero nelle copertine dei rotocalchi scandalistici e chissenefrega. Ma forse utilizzo l’ho trovato. Sì, posso controllare che il culone della maggiorata di turno regga veramente una lattina di birra, controllare che la cantante alcolista sia così reale da riprodurne l’odore, staccare il parrucchino al malcapitato attore, fotografarmi con un coglione che odio da lontano mentre gli faccio le corna o gli scopo una gamba come solo i cani sanno fare. O forse ne rimarrò lontano, non voglio entrare in un luogo che mi immagino puzzi di paraffina stantia, spettrale nel suo silenzio di gomma e vestiti croccanti. Quelle vane paperelle fischiano a comando, quando le strizzo nella vasca mi sorridono e mi sputano.