STAIMUSIC JOURNAL

La sensazione che manchi qualcosa, Chester Bennington dei Linkin Park. Recensione del concerto di Mike Shinoda

La sensazione che manchi qualcosa, Chester Bennington dei Linkin Park. Recensione del concerto di Mike Shinoda

Posto unico non numerato per la principessa.
Spalla contro spalla siamo tutti uguali.
Un puntino in mezzo alla musica.
Due puntini in mezzo alla folla vibrante del concerto di Mike Shinoda
Tanti puntini di sospensione che si scambiano energia.
E sia!
Bassi che ci entrano nel petto, alti che non ci fanno vedere il palco. Salta.
Le mani si alzano al cielo mentre suona I.O.U, Prove you wrong, Crossing a line, Castle of glass.
Le mani si alzano esagerate.
Chi vuoi toccare.
Alla fine sono qui per un caso.
E io non credo al caso.
Preferisco credere al destino che negli ultimi tempi mi spinge sempre più verso la musica.
E la cosa mi piace.
Mi piace come questa serata.
Senza problemi, senza pensieri, solo con la necessità di divertirmi, con la sola prerogativa di riuscire a stargli dietro nella mitraglia di parole che non so neanche bene ma che per associazione mi riportano ai tempi in cui mi infilavo le cuffie e ascoltavo a nastro i Linkin Park ancora e sempre più forte.
Condivido questo mio ricordo con tutti qui dentro, non è solo mio, mi attraversa e passa oltre.
Ognuno a questo concerto, nonostante l'impossibilità a sfuggire al bagno di euforia infettiva, sta pensando che manca qualcosa.
E ce lo ricorda In the end.
La canta il pubblico.
Per scoprire che alla fine non manca qualcosa ma qualcuno.
Chester Bennington torna a noi sotto forma di energia.
Mike non basta a sé stesso.
Come un orologio con una sola lancetta, quella che segna le ore, più triste forse, senza la sua compagna, più lenta forse, ma che continua a girare.
Sola, come un 50%.
Remember the name.

Per ascoltare le nuove canzoni di Mike Shinoda, fuori dal progetto dei Linkin Park, lasciati dopo il suicidio di Chester Bennington. Andate nella sua pagina.