Quando ero ancora adolescente, ma in fondo come ancora adesso, non avevo mai fatto uso di stupefacenti e credevo che ascoltare un disco dei Velvet Underground, o ancora, di certi gruppi indie come gli Extreme Pleasure dovesse riprodurre sul mio cervello gli stessi effetti di un grandioso spinello in realtà mai fumato. Il desktop del mio pc pertanto era pieno di cartelle chiamate Sospensione 1, Sospensione 2, e così via, perché era questo quello che chiedevo a quella musica, la sospensione del pensiero, il nulla cosmico, zero. Crescendo mi sono convinta talmente tanto degli effetti benefici, per quanto collaterali, della musica sospensione sul mio cervello da non riuscire nemmeno a guidare l’auto rimanendo ben concentrata, ragione per la quale ho dovuto mettere da parte tutti quei cd e relegarli nuovamente ai momenti di necessario relax.
Di musica rilassante ne ascolto tanta e, nonostante abbia le mie naturali propensioni, mi capita di ascoltare strani generi saltando da una playlist all’altra. Ogni genere porta con sé un’atmosfera, un film da proiettare nella mente, un ricordo da rievocare o un progetto da immaginare. Ho incontrato un genere che mi riporta alla sospensione, ma una sospensione diversa, una sospensione carica d’immaginazione, d’energia. Minimal dub è quella musica che ti isola dal resto, indipendentemente da cosa sia questo resto, e ti accelera e rallenta a suo piacimento. Porta con sé tante storie. La prima è una ragazza, me stessa forse, che non sa trovare l’ispirazione per completare il suo lavoro perché qualcosa la deconcentra, e allora quella ragazza mette su gli auricolari e il mondo intorno smette di esistere. Esiste solo quel beat, lento, poi veloce, poi di nuovo lento, e i pensieri si accordano a quel ritmo e le parole iniziano a sbucar fuori dai pensieri, e i pensieri si mettono in fila nel giusto ordine e tutto quadra. Un’altra è un’auto che procede lenta ma che a un certo punto si ferma al bordo della strada. Chi stava guidando accende una sigaretta, abbassa un po’ il finestrino e muove la testa a ritmo, lasciando uscire il fumo dalla bocca senza badarci, una meccanica elementare, essenziale quanto quella musica. La terza storia sono due sconosciuti, o forse no, che ballano circondati da una folla di persone e, nel buio di una discoteca, vicino alle ultime ore della notte, si vengono incontro, si studiano, si incastrano. Esiste solo il corpo, sospeso, e il modo in cui puoi muoverlo su quelle note inesistenti.
No, non mi sono mai fatta una canna, ma posso assicurarvi che esistono metodi per avere allucinazioni altrettanto stupefacenti.






